
E’ trascorsa già qualche settimana da quando – un giovedì sera – abbiamo cenato da Arcangelo Dandini. Facile intuire il perchè di giovedì: voglia di gnocchi naturalmente! Arcangelo non c’era, gli gnocchi per fortuna si.
Da allora tante volte “penna e calamaio” – ops “tastiera e schermo” – muniti si è tentato di raccontare quella sera, ma altrettante volte l’articolo non è riuscito a prendere forma. Perchè? Perchè ti dai un’occhiata in giro e realizzi che se ne è parlato e se ne parla davvero in ogni dove e in ogni forma. Basta googlare in qualsiasi combinazione le parole “Arcangelo”/”ristorante”/”roma” per vedere apparire pagine e pagine di link a discussioni in forum e post di blogger più o meno datati. Poi però proprio non resisti, vuoi dire la tua! Quelli scritti qualche mese fa erano solo accenni.
Quando metti piede nel Ristorante L’Arcangelo sembra di fare un tuffo in una delle sale del Gramercy Tavern: in un colpo da Prati a Roma a Chelsea in NYC. I toni scuri degli arredi, gli allestimenti tradizionali e curati, l’aria formale e il sottofondo internazionale: tanti aspetti ce lo ricordano. Poi però passi per le pareti e per le inevitabili stampe di una Roma ormai sparita per riatterrare d’un tratto in un altro continente. E che sei lontano da Manhattan te lo conferma soprattutto il menu, tutto ispirato alla tradizione romana. Troppo vero e audace – già tra le righe – per essere un menu capitolino riprodotto altrove.
Ed è proprio qui (nel menu) che senti tutto il mondo dello Chef. Forza, genio, grinta, ma anche attaccamento alle radici e alla tradizione, attenzione spasmodica all’autenticità dei sapori e alla qualità delle materie. Chi si è imbattuto in Arcangelo – di persona o virtualmente (la sua pagina Facebook dice tanto) – non potrà non ritrovarne l’anima e lo spirito nella sua cucina. Ogni piatto – dagli antipasti ai dolci- tenta di esprimere tutto questo insieme. E c’è da dire che praticamente ogni portata premia l’intento. Carta o menu degustazione per decidere come farsi un giro tra ciò che i fornelli tirano fuori.
E mentre sei dolcemente frastornato, tra l’atmosfera che si respira in sala, i sapori che si susseguono a tavola e quanto la fornita cantina serve, ti dici che tutto scivolerà via perfetto. Poi però nella nostra serata si susseguono delle sbavature: un servizio che cerca di essere formale ma che invece a tratti si lascia andare nei modi e passa con facilità dal “Lei” al “Tu”, un conto con un ricarico di troppo (seppur prontamente corretto), un incomodo “Novosal” in bella mostra nella sala principale, più una varietà di pane che non rende giustizia al menu. Di botto realizzi di non essere partito per Marte, qualcosa ha deviato la destinazione finale. “Solo” Luna forse…
Di quel nostro giovedì restano dulcis in fundo gli scatti di quanto provato.
E quanto provato lo scriviamo a modo nostro, lasciamo alla carta le esatte diciture.
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